Il Trofeo Parravicini (ovvero l'università dello scialpinismo)

I tempi cambiano, ma certe cose rimangono tali e quali. Quando osservi una vecchia foto, puoi accorgertene da piccoli dettagli del paesaggio naturale: uno di questi, un dettaglio che non cambia mai, sono le montagne e i loro profili familiari e rassicuranti.

Ma di montagne, nella foto di cui parliamo oggi, non sembra di scorgerne; solo due cime sbucano dal mare di nebbia sottostante. Tutto quel che vediamo sono due uomini che risalgono un pendio innevato, in cordata, la testa china sulla fatica. Procedono uno dietro l’altro perché sono due compagni di squadra, e stanno affrontando una competizione divenuta ormai un classico dello scialpinismo bergamasco targato CAI, il Trofeo Parravicini. Ecco un altro dettaglio che non cambia mai: il Parravicini si disputa ogni primavera dal 1936, sullo stesso identico percorso (salvo minime varianti dovute alle condizioni di innevamento) che si snoda nell’ampia conca del Rifugio Calvi (Alta Val Brembana), toccandone tutte le cime. Quest’anno la gara è fissata per domenica 19 aprile, ed è alla sua 66a edizione.

Dedicata ad Agostino Parravicini, giovane alpinista scomparso negli anni ‘30, oggi come allora la gara parte e arriva nella piana di fronte al Rifugio; e non sotto un moderno arco gonfiabile ma sotto uno striscione piuttosto artigianale, sorretto da due pali in legno, identico a quello usato nelle prime edizioni.

Rifugio che i concorrenti possono raggiungere dal paese di Carona come meglio credono, o meglio: in base a quel che la montagna stessa decreta, visto che spesso la neve arriva molto in basso e costringe a una lunga marcia verso il terreno di gara.

Nonostante le difficoltà di accesso (o forse proprio per questo), la gara ha sempre registrato un pubblico nutrito e appassionato, specialmente nel dopoguerra; erano gli anni in cui la frequentazione della montagna iniziava ad essere “di massa”, ma soprattutto nelle stazioni sciistiche meccanizzate, che rendevano accessibili e sicuri luoghi normalmente preclusi al turismo. Al contrario, il fiume di appassionati che raggiungevano Carona (spesso prima dell’alba) erano esponenti di un turismo di tutt’altro stampo, avvezzo alla fatica, che riconosceva alla montagna selvaggia il suo primato e all’uomo che cercava di avvicinarla il ruolo di semplice visitatore. L’atmosfera e l’entusiasmo che ruotavano attorno alla competizione sono testimoniate dal commento del lettore Giovanni Spada alla nostra foto del giorno: “Quante volte ho assistito a questa gara! Mi ricordo che partivo da Bottanuco con una Vespa 125 alle tre di mattina e seguivo i concorrenti nei vari passaggi. Quanti ricordi in questa foto”.

L’anno scorso, per il sessantacinquesimo anniversario del Trofeo, il CAI ha pubblicato un video con filmati d’epoca  delle edizioni degli anni ’40, che illustra perfettamente lo spirito della manifestazione: un mondo giovane ed entusiasta parte direttamente da Bergamo, caricando sci e zaino su camioncini scoperti e partendo alla volta della Val Brembana; e poi eccoli mentre si incamminano verso il Rifugio Calvi, e come formiche affollano la montagna, resa meno aspra dal sole primaverile, con la neve trasformata e lavorata dallo sbalzo termico; e il bianco abbagliante trasforma le stesse persone in figure indistinte, quasi impedendo di cogliere altri interessanti dettagli: tipici occhiali da sole tondi, da ghiacciaio, maglioni di lana, pantaloni alla zuava, sci di almeno due metri.

Anche l’abbigliamento e l’attrezzatura contano, certamente; e cambiano.

Ecco uno di quei dettagli che non rimangono uguali, direte voi; eppure, la Guida Sciistica delle Orobie (edita dal CAI tra gli anni ’30 e i ’50) nel descrivere il percorso di gara del Trofeo parla di “gita lunghissima e faticosissima, quantunque in gara sia stata percorsa in meno di due ore”.

Basta dare un’occhiata alle classifiche più recenti per rendersi conto che non siamo poi così lontani da quei tempi di gara, nonostante l’abisso tra i materiali di allora e quelli odierni, leggeri, ergonomici, studiati nel minimo dettaglio. E nonostante fino al 2004 si corresse con gli sci da fondo (affrontando le discese, ripide e in fuoripista, con la famigerata tecnica “a raspa”); altro motivo per ribadire il valore storico del Trofeo, che è stato testimone e protagonista del momento cruciale in cui la tecnica libera (sci da fondo) ha definitivamente lasciato il posto a quella classica (sci larghi, derivati dalla discesa) dando avvio allo scialpinismo moderno, oggi disciplina ufficiale riconosciuta dalla FISI nella grande comunità degli Sport Invernali.

Evidentemente c’è qualcosa che si ostina a rimanere uguale in questa gara storica; ed è, oltre allo sforzo a cui sottopone i concorrenti, la passione con cui viene partecipata e seguita: una cavalcata d’altri tempi, a coppie come vuole la tradizione, spesso sotto il caldo sole primaverile che diviene ben presto insopportabile; e soprattutto sotto lo sguardo senza volto della montagna, che come una regina ci permette di giocare alla sua corte, in tempi e modi che è lei a decidere; ma solo se siamo disposti ad un poco di sacrificio, fatica, umiltà.

E oggi come allora, tanta passione.

Carlotta
Carlotta Cortese

Fucili imbracciati

Attenti alle zebre

Nelle loro scarpe